Il secondo numero di ISIA Journal of Design prosegue nel lavoro di definizione dell’identità della rivista per mezzo dell’esplorazione di ambiti disciplinari e di ricerca che determinano una vera e propria mappatura del progetto in maniera pragmatica e situata. Temi storici e approfondimenti critici si alternano a progetti di ricerca e didattici caratterizzati dalla centralità del progetto. I contributi raccolti affrontano il progetto come pratica operativa e riflessiva, capace di agire su contesti complessi attraverso processi aperti, dispositivi e mediazioni. I testi, pur muovendosi in ambiti differenti, condividono un’attenzione per il design inteso non come esito formale, ma come costruzione di relazioni, produzione di senso e trasformazione dei modi di pensare e agire.
Territori del progetto. Pratiche, linguaggi e responsabilità
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Abstract
Il secondo numero di ISIA Journal of Design prosegue nel lavoro di definizione dell’identità della rivista per mezzo dell’esplorazione di ambiti disciplinari e di ricerca che determinano una vera e propria mappatura del progetto in maniera pragmatica e situata. Temi storici e approfondimenti critici si alternano a progetti di ricerca e didattici caratterizzati dalla centralità del progetto. I contributi raccolti affrontano il progetto come pratica operativa e riflessiva, capace di agire su contesti complessi attraverso processi aperti, dispositivi e mediazioni. I testi, pur muovendosi in ambiti differenti, condividono un’attenzione per il design inteso non come esito formale, ma come costruzione di relazioni, produzione di senso e trasformazione dei modi di pensare e agire.
La dimensione progettuale viene innanzitutto esplorata come processo partecipato e situato. Le pratiche di co-progettazione orientate all’”adiacente possibile” mettono in evidenza un modo di operare fondato sull’ascolto, sull’empatia e sull’attivazione cognitiva dei soggetti coinvolti e procedono, nel testo di Raffaele Marra, alla definizione di una pratica che si fonda su temporalità
ristretta, struttura aperta, ripetibilità dei processi e costi contenuti.
Il rapporto tra progetto, formazione e produzione rappresenta un ulteriore ambito di indagine. Le esperienze di collaborazione tra istituzioni accademiche e industria, è il caso del progetto per il brand Alessi di cui scrivono Massimiliano Dati et al., mostrano come il design possa configurarsi quale piattaforma di scambio tra saperi, pratiche e culture del progetto. Il workshop e il laboratorio diventano dispositivi centrali per sperimentare approcci sistemici, nei quali ambiente, società e industria sono letti come parti interdipendenti di un unico processo progettuale.
Un’attenzione trasversale è rivolta ai linguaggi visivi e agli strumenti di rappresentazione, considerati componenti strutturali del progetto. La riflessione sulla fotografia e sulla costruzione dell’immagine, così come quella sui sistemi grafici e diagrammatici, evidenzia come vedere, rappresentare e organizzare lo spazio siano azioni culturali e progettuali a pieno titolo. Le scelte
visive incidono sulla costruzione del senso, orientano l’interpretazione e contribuiscono a definire modelli cognitivi attraverso cui il progetto e la conoscenza prendono forma.
Il saggio storico-critico di Giovanni Curtis osserva il “senso obliquo” delle asimmetrie che contraddistinguono la fotografia del Bauhaus, con particolare riferimento al lavoro di Moholy-Nagy, individuandone l’esito nella volontà di stravolgere la realtà per giungere a un ulteriore livello di verità del reale. Con un approccio orientato all’analisi tecnico-scientifica dei meccanismi
percettivi e di lettura, Luciano Perondi et al. analizzano il caso della rappresentazione cartesiana dello spazio quale esempio paradigmatico di graphicacy avanzata proponendo la necessità di un’“alfabetizzazione sinsemica” che veda i dispositivi grafici non come strumenti tecnici, quanto come veri e propri modelli di pensiero.
Nel contesto contemporaneo, segnato da una crescente integrazione di tecnologie computazionali e sistemi di intelligenza artificiale, il progetto è chiamato a confrontarsi con nuove modalità di delega creativa. Così, come sottolineato da Salvatore Paone, il ruolo del designer si ridefinisce come quello di un soggetto capace di orchestrare processi complessi, distribuiti tra attori umani e non umani. Questa trasformazione non riguarda soltanto gli strumenti, ma investe la responsabilità progettuale, sollecitando una riflessione sul valore, sul significato e sulle implicazioni etiche delle scelte di progetto.
Infine, alcuni contributi estendono lo sguardo progettuale verso pratiche culturali e spazi di relazione, nei quali il progetto si intreccia con dinamiche sociali, simboliche e identitarie. Il museo, il bookshop, lo spazio urbano e le pratiche sportive vengono letti come contesti progettuali nei quali corpi, oggetti, immagini e rituali concorrono a costruire forme di esperienza e di appartenenza. Il testo di Francesca Polacci esplora il ruolo del bookshop nella sua relazione con il museo e la città con l’obiettivo di definirne l’identità ed esaminare la possibilità di ripensarlo in una prospettiva eco-retail, mentre il saggio visivo di Massimiliano Verdino presenta una ricerca
antropologico-visuale sul calcio africano, che l’autore ha indagato in diversi paesi dell’Africa occidentale a partire dal 1998, come metafora culturale e spazio privilegiato per l’emergere di nuove costruzioni identitarie nel periodo post-coloniale.