Le pitture corporali, la vestizione, le sonorità tradizionali e le tracce architettoniche durante la Coppa d’Africa di calcio: queste espressioni identitarie pensate e rappresentate sono il tema del lavoro qui esposto, iniziato in africa occidentale a partire dal 1998. La metafora aurifera scelta, nella sua ambiguità, diviene ancora una volta il marchio semantico del millenario rapporto tra Africa e Occidente. Il gioco del calcio [fig. 1] diviene qui terreno di ricerca e metafora culturale, come emerge dall’etimologia della parola cultura. Il termine cultura, al quale ci si riferisce in questo saggio, fa riferimento a una concezione di “tipo analitico e descrittivo che illustra una condizione che riguarda i membri di un qualsivoglia gruppo sociale e si fonda su una metafora agricola: cultura infatti deriva dal verbo latino colere, i cui significati principali sono ‘abitare’, ‘coltivare’, ‘ornare (un corpo)’, ‘venerare (una divinità)’ [fig. 16], ‘esercitare (una facoltà)’” (Remotti, 2011, p. 3), e crea dunque presupposti di ricerca e costruzioni di umanità [fig. 2]. Il modello concettuale di questo saggio è costituito dalla meccanicità della fotografia e dalla qualità estetica delle immagini, che insieme legittimano la costruzione antropologica. Il calcio in Africa ci rivela la base ideologica per una nuova costruzione identitaria africana dopo l’alienante esperienza dello schiavismo prima e del colonialismo poi [fig. 3]. La Coppa d’Africa è stata l’oggetto di studio in un arco temporale di circa dodici anni in un ideale terreno di ricerca che di volta in volta mi è stato offerto viaggiando nelle nazioni che hanno ospitato la Coppa d’Africa o in quelle che, per vicinanza geografica, hanno costituito un ulteriore terreno di indagine: Burkina Faso, Mali, Ghana, Togo, Senegal. Questa metodologia di ricerca, fondata sul viaggio e sui prolungati soggiorni sul posto, reiterata periodicamente a intervalli di uno o due anni, diviene l’orizzonte storico specifico. La pratica fotografica, con la sua incontrovertibile qualità documentaria, infra-legge i frammenti del quotidiano [fig. 18] e testimonia la condizione embrionale di un processo identitario inedito. Un processo, quello identitario, che per sua natura è una aspirazione:
“Identità è una parola avvelenata. Il veleno contenuto in questa parola così nitida e bella, così fiduciosamente condivisa, di uso pressoché universale, può essere tanto oppure poco, talvolta persino impercettibile e quasi innocuo. Perché e in che senso identità è una parola avvelenata? Semplicemente perché promette ciò che non c’è; perché ci illude su ciò che non siamo; perché fa passare per reale ciò che invece è una finzione o, al massimo, un’aspirazione.” (Remotti, 2010, p. 12) [fig. 4].
Questa presa di coscienza ci allerta e ci suggerisce al tempo stesso che il terreno sul quale costruiamo le nostre identità è piuttosto scivoloso: ed è per questo motivo che ritengo la fotografia, macchina epifanica, che si pone tra fenomeno e progetto, sia stata determinante ai fini di questa ricerca antropologico-visuale. Proprio per le sue qualità polisemiche ed ermeneutiche che, oltre a testimoniare la fotografia, si offre alle interpretazioni che, su base scientifica, ancorano la ricerca con riferimenti a solide tradizioni di studi che la legittimano. Approcciando questa esperienza primariamente attraverso il medium fotografico, ho potuto così realizzare quel processo di registrazione, parafrasando Rudolph Arnheim in Arte e percezione visiva, del riflesso che il mondo getta sulla mente. Quel riflesso che servirà come materiale grezzo da esaminare, filtrare, riorganizzare, e immagazzinare (Arnheim, 1962). Un materiale che è il risultato di una pratica osservativa partecipante perché “osservare è una pratica visiva che tende a mettere in relazione gli oggetti e gli eventi […] in un campo di interazione sociale storicamente definito[fig. 17] […]. Osservare significa, in sintesi, vedere in situazione per un fine culturale, sociale, politico” (Faeta, 2003, p. 19).
Partendo dall’osservazione, la metodologia applicata è stata costituita da due momenti che hanno caratterizzato le fasi di osservazione e ripresa; infine, non meno importante, il tempo lungo della riflessione antropologica realizzata al ritorno delle spedizioni. Il primo approccio è stato quello dell’osservazione e della registrazione fotografica. Una volta arrivato sul terreno di ricerca, che naturalmente era costituito dal campo dove si svolgevano le partite della Coppa d’Africa, o da campetti nei villaggi periferici [fig. 5], o semplicemente dalla strada, le scene che si presentavano naturalmente come un testo da leggere sulle spalle del nativo, riformulando l’approccio all’antropologia interpretativa dell’antropologo americano Clifford Geertz (1988), sono state registrate con l’uso di teleobiettivi, che, grazie alla loro potenza focale [fig. 6], hanno consentito la necessaria distanza dal soggetto al fine di non condizionare lo svolgimento delle azioni e realizzare un lettura densa (Geertz, 1988).
Dopo questo lavoro di infra-lettura della texture, che mi ha permesso, seguendo una prospettiva emica, di capire il punto di vista interno della cultura che stavo studiando, ho proceduto prediligendo le ottiche corte e normali mettendo in atto una pratica osservativa partecipante, che mi ha permesso una conoscenza più ravvicinata [fig. 7], seppur mediata dalla fotografia, di un mondo a me avulso, attivando quella metodologia chiamata osservazione partecipante inaugurata da Malinowski agli inizi del Novecento, con la quale si proponeva di cogliere il punto di vista del nativo (Malinowski, 1973). Da ultimo, una volta tornato a casa e dopo aver sviluppato le pellicole, dal momento che questo lavoro è stato eseguito tutto in modalità di fotografia analogica, ho iniziato a elaborare una riflessione antropologica, la quale ha tenuto conto sia della ricercata qualità estetica [fig. 8], che della nota qualità documentaria del medium fotografico, dal momento che il discorso antropologico “può legittimamente unire scienza ed arte, verità scientifica e bellezza, purché l’immagine, iuxta propria principia, le faccia coincidere nell’umanità del discorso” (Lombardi & Satriani, 1996, p. 187). Ciononostante, vettori cognitivi altri, alternativi al primato dell’occhio, hanno contribuito a individuare sul campo elementi che sono risultati determinanti ai fini di questa ricerca. Osservare una partita, sulle tribune di Ouagadougu o di Lomè, da semplice tifoso [fig. 9], mi ha fatto condividere momenti importanti che sono serviti per capire le dinamiche organizzative del tifoso africano di calcio. Le modalità di spostamento, di alimentazione allo stadio, l’esperienza di assaggiare un dolce tipico della Costa d’Avorio, preparato dalle giovani donne, ha creato una speciale empatia e mi ha permesso di partecipare all’evento, forse influenzandone un po’ le azioni. Ho potuto vedere da vicino quanto le pitture corporali caratterizzino il tifoso africano. Le pitture corporali rituali [fig. 10] e l’uso del corpo, infatti, vengono qui indagati come tramite tifoso-idolo: sono oggetti di transito simbolico, che trasudano sistemi di pensiero, tra il corpo e l’ambiente circostante e, ancor più, veicoli di una nuova identità da rendere visibile. Le pitture come produzione semantica del segno proiettano qualità di forza, virilità [fig. 16], potenza e agilità sulla squadra di calcio. Lo spostamento di senso de-sacralizza il rito, rende la rappresentazione non più rituale ma culturale, tanto più nel mondo calcistico dove il corpo viene vestito, tatuato, strumentalizzato fino a generare atti socialmente efficaci. Gli strumenti tradizionali e la modalità esecutiva della musica suonata durante le partite di calcio sono un altro tratto identificativo forte del calcio africano. Le trombe artigianali, forgiate in cuoio e rivestite di cauri, conchiglie dall’alto valore simbolico [fig. 11], insieme agli immancabili tamburi, sono gli strumenti tipici della musica tradizionale africana con funzioni devozionali e spirituali. Il ritmo ossessivo e reiterato, della musica negli stadi di calcio, genera una sensazione di estraniazione con effetti di esaltazione per chi vi si riconosce e di quieta trance per chi ne è avulso.
“Il ritmo [fig. 12] è incontestabilmente l’impronta della negritudine” (Senghor, 2011, p. 163).
La possibilità “di fotografare queste perfomance ha voluto dire interagire con la dinamica dei loro corpi, entrare nella cinesica dell’evento” (Ricci, 2007, p. 32). L’analisi antropologica ha da sempre evidenziato quanto il corpo e le sue espressioni sono in grado di produrre senso e significato. Attraverso lo studio della corporeità è stato possibile interpretare l’aspetto che più interessa questa ricerca, ossia la definizione nell’individuo della sua identità nel corpo sociale. Gli studi più significativi condotti da importanti autori delle scienze sociali come Godelier, Foucalt, Mauss, permettono di ricostruire una ideale genesi del concetto di corpo come costrutto storico e sociale, mai definitivo. Marcel Mauss ha teorizzato e fondato la definizione di tecniche del corpo dando vita a una vera e propria corrente di studi, quando, durante la celebre comunicazione del 1934 alla Société de Psicologie de Paris, definì queste tecniche come modalità espressive dell’uomo nelle diverse società. È doveroso, a questo punto, citare il famoso saggio di Mauss, Essay sur le don (Mauss, 1923), punto di riferimento nelle scienze sociali per qualsiasi riflessione che riguardi i comportamenti dell’individuo nella società (foto 13), nel quale definisce “il dono come fatto sociale totale”. L’antropologo italiano Bruno Barba, parafrasando proprio Mauss, mette in atto nel suo saggio, Il corpo, il rito, il mito, una riflessione pertinente quando afferma che il calcio, contribuendo a costruire l’identità delle nazioni, muovendo indotti economici straordinari, mobilitando una passione popolare unica ed esclusiva, può, a ragione, essere studiato come fatto sociale totale.
La mistica è un’altra cifra stilistica di questo progetto. Pier Paolo Pasolini, nella sua rubrica Pagine Corsare sul Corriere della Sera definisce il calcio l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo dopo il teatro (Pasolini, 1971); citando Propp (1928), padre della linguistica strutturale, sostenne che il calcio è un linguaggio strutturato espresso con i piedi dei calciatori che rappresenterebbero i fonemi. Un’azione di gioco [fig. 14], è una comunicazione tra i giocatori attraverso il pallone e costituirebbe una ideale frase di un discorso più ampio. Molte frasi del calcio moderno parlano le lingue africane. Tanti calciatori africani giocano in tutte le latitudini del globo con una sorprendente capacità di adattamento fisico e morale, come sostiene Basil Davidson nel suo saggio La civiltà africana (Davidson, 1997).
Concludo questo photo essay, sostenendo che il calcio africano, qui indagato come metafora culturale, è una manifestazione antropopoietica, rivelata attraverso lo studio delle pitture corporali, che divengono costrutti di umanità, perché fare umanità, come mi ha insegnato l’antropologo Francesco Remotti, significa anche intervenire sul corpo lasciandovi segni di umanità e di bellezza.
Registrare etnograficamente queste forme di umanità e riflettere antropologicamente su queste rappresentazioni estetiche mi ha dato la possibilità di attraversare i confini [fig. 15] delle forme culturali nella speranza di raggiungere il sapere antropologico.
Bibliografia
Arnheim R. (1962). Arte e percezione visiva. Feltrinelli.
Davidson B. (1997). La civiltà africana. Einaudi.
Faeta F. (2003). Le strategie dell’occhio. FrancoAngeli.
Geertz C. (1988). Interpretazione di culture. Il Mulino.
Lombardi Satriani L. M. (1996). Nelle Indie di quaggiù. Jacabook.
Malinowski B. (1973). Argonauti del Pacifico Occidentale: Newton Compton.
Mauss M. (1991). Teoria generale della magia a altri saggi. Einaudi.
Pasolini P. P. (1971). Pagine Corsare. Corriere della Sera.
Propp V. (2000). Morfologia della Fiaba. Einaudi.
Remotti F. (2011). Cultura. Laterza.
Remottti F. (2010). L’ossessione identitaria. Laterza.
Ricci A. (2007). I suoni e lo sguardo. FrancoAngeli
Senghor Sedar L. (2011). Senghor. Giovane Africa.